Login Form






Password dimenticata?
Nessun account? Registrati
 
 
 
Nella Luce del Signore

Giorno 21 maggio un’altra figura caratteristica del Santuario di Paola è venuta a mancare. Mentre si stava preparando per la consueta passeggiatina nel corridoio della Foresteria, improvvisamente
ha smesso di battere il cuore di

 P. Antonio Caruso

 
che, all’età di 84 anni, ha fatto il suo ingresso nella vita eterna. Ad appena due mesi di distanza, un altro Confratello, peraltro anch’egli chiamato a ricoprire l’ufficio di Vicario Provinciale, ci ha lasciati
e quantunque per l’età avanzata e per le disastrose condizioni fisiche la sua dipartita non sia arrivata inattesa, nondimeno è sempre fonte di tristezza per il distacco che essa comporta e, in che essa comporta e, in questa circostanza, per il silenzio che genera dentro e fuori convento. Mentre l’Anno Sacerdotale si avvia ormai verso la conclusione, in questo momento così triste, in considerazione pure della particolare vicenda esistenziale di . Caruso così segnata dalla sofferenza, vorrei richiamare alla memoria alcuni aspetti del suo ministero sacerdotale.
 Anzitutto la sua attività come docente di lettere classiche e, in particolare, di latino. Essendo dotato di una viva intelligenza e di un’ottima memoria, sin dagli anni della Scuola Apostolica, quando alla sua guida era il compianto Mons. F. Tortora, da arte dei Formatori c’è stata una particolare attenzione a far sviluppare la sua particolare attitudine allo studio. A Roma, anziché il corso seminaristico, gli fecero frequentare uello accademico e, una volta ricevuta l’ordinazione presbiterale, invece di farlo rientrare in Provincia, gli fecero conseguire il dottorato in Teologia. Potendo contare sul suo già ricco bagaglio di competenze, avrebbe voluto conseguire la laurea n lettere classiche, ma essendo diversi i bisogni dell’Ordine, dovette iscriversi al corso di Diritto Canonico. Aveva appena iniziato il secondo anno, quando il 16 novembre 1955 ricevette l’ubbidienza per Paola, dove, nel nuovo riassetto, c’era bisogno di docenti per la Scuola Apostolica. Per P. Caruso quella lettera significava la probabile fine degli studi accademici, ma visto che a chiederlo era il “suo” Provinciale, P. Ciccio Mazza, di buon grado lasciò S. Andrea e si gettò a capo fitto nell’insegnamento ai fratini e ai chierici, dando il meglio di sé non solo sotto il profilo didattico, ma anche sotto quello formativo. Penso che pochi, fra quelli che abbiamo studiato a Paola, non siamo stati suoi alunni e abbiamo contratto con lui un debito di gratitudine per come, con la sua inseparabile “Tantucci”, ci ha aiutato a conoscere la lingua della Chiesa. Unitamente al P. Caruso “professore”, c’è altro aspetto di questo Confratello che
merita di essere messo in luce, rappresentato dal ministero della consolazione esercitato generosamente con delicatezza e rispetto. Quanti attraverso di lui hanno avuto la gioia riconciliarsi col Signore e quanti, grazie alla sua parola e affabilità, sono riusciti a trovare pace per i loro cuori! Una caratteristica di questo apostolato è rappresentata dal fatto che, nonostante la sua preparazione culturale, usava un linguaggio semplice e concreto. P. Caruso era, infatti, non solo molto equilibrato nei giudizi, ma riusciva con sorprendente facilità a scorgere problemi e soluzioni, che, unitamente ai suoi tratti umani, umili e sinceri, e alla sua bontà d’animo, ne rendevano gradevole la presenza, onde diveniva giocoforza entrare in confidenza con lui. Negli ultimi anni, al contatto diretto, aveva sostituito la telefonata con la quale continuava a svolgere la sua missione spirituale di consigliere e ravvivava i rapporti amicali, rivelando le sue straordinarie doti mnemoniche.
Se i necrologi per il bollettino sono preziosi per ricostruire i forti legami col paese natio e con la vasta cerchia di amici e conoscenti, sono piuttosto alcuni articoli su alcuni esimi confratelli a svelarne il cuore sacerdotale. Tracciando il profilo biografico di P. Gabriele Carbone scrisse che «era e si sentiva Sacerdote e nel ministero era zelante ed insonne. Nella S. Messa che tralasciò solo qualche volta negli ultimi tempi, a causa dell’infermità che inesorabilmente avanzava, trovò quel fervore che lo rendeva presente ovunque vi fosse bisogno di dare Cristo alle anime. Predicatore avvincente, convito e suadente… la sua parola era melodia alle orecchie, balsamo ai cuori, sveglia agli animi addormentati. Non parliamo poi del ministero che esercitò nel confessionale. I fedeli facevano la fila per potersi confessare da lui, il quale sapeva dire la parola buona e giusta». Andando con la memoria, soprattutto ai primi anni di sacerdozio di P. Caruso, non è difficile scorgervi un riferimento
autobiografico, così come quando evidenziò di P. Mazza che «Il suo Sacerdozio lo ha speso e lo spende camminando lieto in Cristo e da religioso genuino e profondamente umano, nella traiettoria tracciata dal N.S. padre nella Regola… Sacerdote autentico secondo il Cuore di Gesù, non discute sulla parola del papa: è Cristo che parla e agisce attraverso il suo Vicario!».
Anche nel medaglione di mons. Tortora, dopo aver ricordato che «il mio sacerdozio porta l’impronta della sua azione formatrice», annota: «Bossuet ha scritto che il cielo è la patria dei crocifissi. Il primo crocifisso è Gesù e tutti gli altri sono simili a lui. Mons. Tortora, specie nella sua ultima malattia, ha completato le sofferenze di Cristo». Anche in questo passaggio vedo un’allusione alla sua “passione”. Difatti, risale al 1958 il primo ricovero ospedaliero quando gli fu diagnosticata quell’ipertensione arteriosa che l’accompagnerà per tutto il resto della vita e che condizionerà pesantemente il suo apostolato. Era agli inizi del suo ministero sacerdotale e, sebbene non avesse responsabilità dirette a livello pastorale, dinanzi a lui si profilava un brillante futuro contrassegnato dai risultati eccellenti che raccoglieva come conferenziere e predicatore. Il lento ma costante il decorso della malattia, dapprima gli impedirà di distribuire la comunione, poi di celebrare in pubblico, inclinando così rovinosamente uno dei pilastri del suo sacerdozio. Se a tutto ciò si aggiungono i vari ictus, per arrivare, da ultimo, alla frattura del femore che andò ad assommarsi alla precedente paresi del braccio
sinistro, si resta ammirati per come ha vissuto la lunga passione della malattia, con grande compostezza, senza mai arrendersi, in atteggiamento di piena e fiduciosa disponibilità alla volontà divina. Nel dirgli grazie per il suo servizio, vogliamo fare tesoro della sua testimonianza di “crocifisso”: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42).

P. Rocco Benvenuto, Provinciale


 
 
 
 

Calendario

Agosto 2010 Settembre 2010 Ottobre 2010
Lu Ma Me Gi Ve Sa Do
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30
Advertisement